Intervento del Presidente della Provincia di Benevento prof. Aniello Cimitile per la Festa della Repubblica il 2 giugno 2008 davanti al Monumento dei Caduti in piazza IV Novembre di Benevento
“Care Italiane e cari Italiani del nostro Sannio,
credo che tutti quanti avvertiamo con partecipazione l'atmosfera di solennità che accompagna questa nostra cerimonia celebrativa; riuniti intorno al Prefetto, autorità militari, civili e religiose, donne ed uomini con età, competenze, capacità, culture e sensibilità diverse, siamo qui a confermare che abbiamo tutti insieme qualcosa che, contemporaneamente, ci appartiene ed è a tutti noi superiore, un bene supremo che ha radici profonde: è la nostra Repubblica. Ed è proprio per dire, in modo forte e chiaro, quanto sia straordinariamente importante questa nostra "cosa pubblica", una ed indivisibile, che portiamo qui, in piazza Castello, i nostri simboli civici più forti: Il gonfalone della città di Benevento, il labaro della Provincia, i picchetti militari e d'onore, la corona d'alloro per quanti hanno dato la loro vita per l'Italia e per gli italiani, e, valore dominante su tutto, il nostro tricolore. Tutta questa solennità, tuttavia, non deve far dimenticare, ma anzi deve esaltare il fatto che oggi è un giorno di festa, ed è per questo che auguro a tutti di trascorrerlo in un clima di serenità e letizia, come momento di gioia da dedicare alla propria famiglia, alle persone che ci sono più care e soprattutto ai più giovani, ai nipoti, ai figli; un augurio che vuole anche essere un invito a parlare con loro della nostra Italia, della sua storia, delle sue tradizioni, per condividere ed esaltare la bellezza della nostra identità nazionale, di una Repubblica nata dal ripudio del totalitarismo e della guerra, e fondata sul lavoro e sul pieno sviluppo dei diritti di libertà della persona. Una identità nazionale che dobbiamo sentire non solo come orgogliosa eredità del nostro passato ma soprattutto come patrimonio fondamentale ed indispensabile per affrontare il presente e costruire il futuro, come ragione di fondata speranza e fiducia nella nostra capacità di affrontare le sfide, grandi e spesso inedite, che abbiamo davanti.
Sessantadue anni fa, una Italia devastata dalla dittatura fascista e da una guerra mondiale, lacerata da odio e conflitti profondi, seppe trovare la via della rinascita civile e politica del paese, della sua ricostruzione economica e produttiva, della sua collocazione stabile fra le democrazie occidentali e negli organismi di governo e cooperazione mondiale. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto ricordare quella fase storica, non solo col tradizionale messaggio, ma anche con una mostra dedicata alla "eredità di Luigi Einaudi", che fu fra i protagonisti di quegli anni, non solo perché sarebbe stato il secondo presidente della repubblica, ma anche perché era il governatore della Banca d'Italia e avrebbe contribuito da ministro ad animare i primi governi repubblicani. Luigi Einaudi rappresenta di quegli anni, la capacità, non solo teorica ma concretamente politica, di conquistare l'Italia alla causa dell'economia di mercato e della stabilità monetaria, all'ideale del «buongoverno», del decentramento, del federalismo e delle autonomie locali. Tutto questo fa parte di quella straordinaria mole di valori, ideali e concrete proposte di organizzazione sociale e democratica che si richiamavano alla pace, alla democrazia, all'eguaglianza, alla libertà, al rifiuto del razzismo, alla giustizia ed alla solidarietà sociale e che entrarono e si fusero in quel formidabile crogiuolo politico che caratterizzò la nascita e gli albori della nostra repubblica. II 2 Giugno del 1946, il popolo italiano, determinò contemporaneamente tre eventi epocali: innanzitutto, per la prima volta chiamò al voto anche le donne, ponendo fine all'ingiustizia della discriminazione politica di genere; in secondo luogo scelse in modo irreversibile l'organizzazione repubblicana dello stato; infine, elesse l'Assemblea Costituente che nel volgere di un biennio diede vita alla nostra Costituzione, firmata da altri tre straordinari protagonisti di quegli anni: Enrico de Nicola (primo presidente della Repubblica), Alcide De Gasperi e Umberto Terracini . E fu quest'ultimo a lasciarci un messaggio che ancora oggi è vivo, cogente e palpitante: "L'Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore".
Possiamo, dunque, dire che la Repubblica stessa è il frutto di una straordinaria unità e della volontà comune di affrontare e vincere sfide complesse. E'questo spirito, è questa unità e questa costituzione che ci hanno consentito di fare tanta strada, di essere fra i paesi più industrializzati del mondo, di superare altri e gravi momenti di eccezionale difficoltà e pericolosità, come, ad esempio, gli anni che Sergio Zavoli ha definitivamente etichettato come "Notte della Repubblica".
lo credo che fra le tante conquiste che abbiamo fatto in questo lungo percorso, vada anche annoverata quella che negli ultimi anni abbiamo chiamato "riconciliazione nazionale", che ha forse definitivamente chiuso una pagina tragica della nostra storia, fatta di odio, di intolleranza e violenza. Ma proprio l'aver acquisito questo risultato, il ricordo del lungo cammino che è stato necessario fare per ottenerlo, ci deve ora dare più forza e unità per affermare i nostri principi costituzionali verso le insorgenza di nuove forme di intolleranza e violenza. Da questo punto di vista, non possiamo non accogliere l'alto monito che è venuto dal Presidente Napolitano; non possiamo permetterci su questi temi di fare un passo indietro, di non essere "disciplinati realizzatori della nostra costituzione" e di aprire, invece, un ulteriore profondo solco fra i principi e gli indirizzi costituzionali e la realtà della nostra società. Dobbiamo, allora, ciascuno per la su parte, dalle istituzioni pubbliche alle forze politiche, dalle organizzazioni sociali al volontariato, dispiegare il massimo impegno per combattere la violenza contro beni e persone, l'intolleranza e la violenza contro gli immigrati ed i diversi, l'intolleranza e la violenza politica, la delegittimazione dello Stato, delle sue istituzioni, delle sue leggi e delle sue decisioni. Noi non possiamo permetterci di indietreggiare sui livelli di civiltà, di libertà, di sicurezza e legalità della nostra società.
E bisogna che innanzitutto sia la politica a fare la sua parte cominciando da se stessa, ponendo fine alla rissa, alla aggressione verbale, alla demonizzazione dell'avversario e facendo ogni sforzo per accentuare e stabilizzare quel costume di rispetto e confronto verso l'altrui punto di vista che sembra, sia pure a fatica, cominciare a farsi strada.
E bisogna che siano anche le istituzioni a fare la loro parte; in primo luogo con un profondo rinnovamento fondato sulla centralità del cittadino, delle imprese e delle organizzazioni sociali , che debbono ritrovare nella Pubblica Amministrazione efficienza, disponibilità e rigore e ripristinare con essa un rapporto di fiducia; ed in secondo luogo nella cooperazione, nell'interoperabilità e nel reciproco coordinamento, per dare ai bisogni della nostra società risposte integrate e di sistema.
L'Italia che in questo primo decennio del nuovo secolo e del terzo millennio, si è avviata nella economia globale e verso la società della conoscenza, appare in evidenti e forti difficoltà. L'assenza di crescita economica, il disagio delle famiglie e la costante diminuzione della loro capacità di spesa, la precarietà del lavoro per i nostri giovani, le difficoltà delle nostre imprese nella competizione mondiale, i preoccupanti segnali di arretramento e degrado del nostro sistema di formazione, alta formazione e ricerca scientifica, la crescita e la nascita di nuove forme di disagio sociale, l'inadeguatezza dei livelli di sicurezza negli ambienti di lavoro, sono evidenti emergenze della difficoltà de) nostro paese. E' tutto questo che richiede con forza ed urgenza un ritorno allo spirito ed ai valori costituzionali e repubblicani, e soprattutto a quei valori di solidarietà ed unità nazionali che sono presupposto essenziale di ogni progetto di rinnovamento, rinascita e sviluppo del nostro paese.
Senza nasconderci i problemi e le sfide che abbiamo davanti, viviamo questo 2 di Giugno come una grande festa in cui ricordiamo quell'impegno e quel patto che nel 1946 consentì ai nostri padri di vincere le sfide del dopoguerra, un patto che oggi rinnoviamo per vincere le sfide del nostro tempo.
E' con questo spirito che diciamo,
Viva il 2 Giugno, Viva la Repubblica , Viva l'Italia, Viva il Sannio”.
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